L’epatite A è una patologia causata da un virus, chiamato HAV (che sta per Hepatitis A Virus). I virus hanno la caratteristica di non potersi riprodurre autonomamente: hanno bisogno di infettare cellule di organismi viventi e sfruttarne le risorse. Sono a tutti gli effetti dei parassiti. E questo virus, in particolare, infetta e si serve delle cellule del fegato per riprodursi (dette cellule epatiche, e da qui il nome della patologia).

La trasmissione avviene per via oro-fecale: il virus è presente nelle feci di un soggetto infetto e viene ingerito da un soggetto sano, spesso mediante l’utilizzo di acqua o alimenti contaminati.
Alcuni sintomi comuni sono febbre, nausea e vomito. Ma il fegato, tra le sue tante funzioni, si occupa di smaltire la bilirubina, una sostanza giallo-arancione che deriva dalla degradazione dell’emoglobina contenuta nei globuli rossi invecchiati. Se il fegato non funziona correttamente, la bilirubina si accumula nell’organismo, causando un colorito giallastro della pelle noto come ittero, e urine scure. Una buona notizia è che non evolve in una condizione cronica (come invece possono fare altri tipi di epatite): si risolve senza lasciare danni al fegato.

L’epatita A può essere anche asintomatica, soprattutto nei bambini. Grazie al metodo di trasmissione (vedi sopra), questi ultimi diventano degli inconsapevoli portatori del virus all’interno della famiglia.

Ok, ma quindi… perché ci mettono in guardia su cozze e vongole?
Questi organismi, insieme ad altri come lupini, ostriche, capesante, sono detti filtratori: si nutrono filtrando grandi quantità di acqua, che può essere contaminata da scarichi fognari contenenti il virus. Pertanto, è importante cuocere questi alimenti prima di consumarli e prestare attenzione a tutto ciò che viene consumato crudo, come frutta e verdura, che vanno accuratamente lavate.

Non è facile capire come e quando si è stati infettati. Il periodo di incubazione (cioè il tempo in cui il virus è presente nell’organismo ma non ha ancora causato sintomi) varia da 15 a 50 giorni.
E io scommetto che non te lo ricordi se negli ultimi 50 giorni hai mangiato cibi crudi.
La durata della malattia è generalmente di qualche settimana, ma possono verificarsi ricadute, durante le quali si ritorna ad essere contagiosi.

Non esiste una terapia specifica, ma esiste un vaccino. E se si sospetta un’esposizione al virus, è possibile effettuare una profilassi per prevenire l’insorgenza della malattia, sia tramite la somministrazione di una dose di vaccino, sia attraverso l’iniezione di immunoglobuline: anticorpi contro il virus dell’epatite A prodotti da altri individui, che ci forniranno una copertura immunitaria per un periodo limitato.

Facciamo sempre prevenzione.
Le raccomandazioni includono il riscaldamento degli alimenti a 85 °C per almeno un minuto. Attenzione anche alla contaminazione crociata: se hai manipolato del cibo potenzialmente contaminato, evita di toccare cibi che consumerai crudi (come la verdura) senza aver prima lavato le mani. Bisogna inoltre disinfettare per bene qualsiasi superficie sia entrata in contatto con il cibo.
Queste accortezze saranno valide anche quando l’attenzione mediatica sarà diminuita: l’epatite A, come tante altre malattie legate alla scarsa igiene, è sempre presente e continuerà a circolare!

Fonti:
[1] Martin A, Lemon SM. Hepatitis A virus: from discovery to vaccines. Hepatology. 2006
[2] Matheny SC, Kingery JE. Hepatitis A. Am Fam Physician. 2012